L'assedio di Tortona - Avvenimenti Particolari - I Cavalieri e le Dame - Storia e Letteratura

Federico Barbarossa, nipote dell’imperatore Corrado III, viene incoronato re di Germania alla morte dello zio nel 1152. La sua indipendenza e decisione si rivelano subito: immediatamente rimuove l’arcivescovo di Magonza. La sua intenzione è quella di restaurare il potere imperiale, limitando tutti i poteri dei nobili, delle città e del clero, e restaurando il possesso di quei diritti usurpati durante gli anni di regno d'imperatori deboli.
Ottone Morena narra che proprio in questo contesto due lodigiani, Albernaldo Alamano e Maestro Omobono, saputo che l’Imperatore teneva una dieta in Costanza, quivi si lamentarono per le tragiche condizioni in cui era ridotta la loro città. Lodi era stata oppressa da Milano, che iniziava ad affermare la sua supremazia sulle città lombarde ed era in conflitto perenne anche con Pavia. La città ticinese era anche la nemica giurata di Tortona, e questo conduceva ad una sorta di alleanza naturale fra la città meneghina e quella del Leone.
Federico stava preparando il suo viaggio in Italia , sia per mettere ordine fra i Comuni del nord Italia, sia per essere incoronato Imperatore dal nuovo Papa Adriano IV . Per questo fine mandò il suo messo Sicherio sia a Lodi sia a Milano, non riuscendo ad imporre l’arbitrato imperiale sulle città, mentre le città opposte a Milano inviavano inviti ed oro affinché l’Imperatore giungesse con un forte esercito e riducesse il potere milanese. Federico giunse nella Pianura Padana nel 1154, e convocò nel Novembre 1154 la dieta a Roncaglia. Le città presentarono le loro rimostranze, quasi tutte rivolte contro Milano, ma i Pavesi si lamentarono fortemente anche di Tortona, e gli ambasciatori di quest’ultima furono minacciati che, se non avessero adempiuto agli ordini imperiali, sarebbero stati posti al bando dell’Impero e l’Imperatore stesso sarebbe giunto in città per imporre il proprio volere. I tortonesi, appoggiati dai milanesi, rigettarono pubblicamente le sue minacce.
L’Imperatore non perse tempo: dopo aver distrutto in dicembre i castelli di Trecate e Rosate, ed aver preso quasi senza opposizione Asti ai primi di febbraio, piombò improvvisamente con i pavesi il 14 febbraio (il 13 secondo Ottone Morena). I tortonesi furono presi di sorpresa: le cisterne dell’acqua non erano completamente piene ed i milanesi erano riusciti a mandare solo una parte delle loro truppe nella città. Iniziò un durissimo assedio; la città allora era divisa in due parti: la città bassa, nata sull’antica centuriazione romana e sviluppatasi lungo la via Emilia, non era difendibile e fu subito abbandonata, ma la città alta, che sorgeva sull’impervio acropoli oggi chiamato “Castello” , era una vera e propria fortezza naturale. In questa rocca si trovavano la basilica vescovile, il vescovado ed il palazzo comunale. L’unico lato assaltabile era quello della “Porta d’oro”, verso Sarezzano, dove il dislivello era minore. Purtroppo però le cisterne dell’acqua non erano colme e nella rocca non vi erano fonti, che invece abbondavano appena al di fuori. Quotidianamente vi furono assalti alle mura e contrattacchi, mentre macchine da guerra imperiali, soprattutto mangani, cercavano di danneggiare le mura. I tortonesi ed i milanesi si difendevano bene e difficilmente gli imperiali sarebbero riusciti a penetrare in città, ma la primavera fu particolarmente asciutta e priva di piogge. Le cisterne si svuotarono, anche il vino finì, e si iniziarono battaglie cruentissime quotidiane attorno alle fonti fuori le mura. Alla fine , su suggerimento dei pavesi, tutte le fonti furono avvelenate con cadaveri e carcasse animali. La situazione nella città si fece tragica. Il vescovo di Tortona, Oberto, forse tramite un “Prete Fliscus”, della famiglia dei Fieschi, ottenne l’intervento dell’abate Bruno di Chiaravalle di Bagnolo. Questi ammorbidì le posizione dell’Imperatore, che permise ai tortonesi ed ai milanesi di uscire dalla rocca portando con se’ quello che potevano. Era il giorno 19 Aprile. L’Imperatore aveva rilasciato delle garanzie circa la non totale distruzione della città, ma dopo la sua partenza i pavesi la dettero completamente a fuoco e distrussero le mura. Il cronista narra che l’Abate di Chiaravalle mori per questa violazione dei patti.
L’esilio dei tortonesi durò poco, già a maggio i milanesi inviarono ingenti truppe per permettere il ritorno dei cittadini e la ricostruzione delle mura, che avvenne anche con l’aiuto finanziario della città meneghina. Alla fine dell’estate del 1155 la città era stata ricostruita più bella e grande di prima.
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